"L'atelier di scrittura di quest'anno è stato denso di momenti divertenti e creativi, in cui il piacere di raccontare delle storie ha potuto costituire anche l'occasione per un concreto miglioramento della conoscenza della lingua italiana. Si sono creati dei personaggi, si sono raccontate delle storie da vari punti di vista, ci si è  misurati con differenti tipi di dialoghi ed ,alla fine, si è stabilita una vera sfida: scrivere un racconto a più mani. Questo è stato l'impegno delle ultime quattro sedute dell'atelier che hanno visto coinvolte numerose persone. Il racconto si è praticamente scritto da solo e questa è stata l'occasione per stabilire un nuovo rapporto con gli altri partecipanti del gruppo e, in fondo, con noi stessi. Quando si racconta, si racconta sempre qualcosa di noi e ciò rappresenta già l'inizio di una nuova storia.... Un racconto sull'arte di raccontare e sulla potenza di questa operazione umana. Quale è la verità? Attendiamo le vostre impressioni...
Decisamente, gli atelier del prossimo anno si preannunciano stimolanti."

Texte de :
MONIQUE GUILLET
MARIE PIERRE LIOT
JEANNY MICHEL
DORIS MILLET
DOMINIQUE BERROIR
RITA BALICE LUGOL
DUVAL NICOLE

...et de tous les autres participants de l'atelier d'écriture.

 
LO STRANO CASO DI UNO SCRITTORE DI GIALLI

Il tic tac dell’orologio a pendolo del salone gli piaceva moltissimo. Gli faceva ricordare la sua infanzia trascorsa a Roma a casa dei nonni. E’ da lì che veniva quello straordinario pezzo, ormai d’antiquariato, che conservava nella sua casa di Parigi.

Per nulla al mondo avrebbe voluto separarsi da quell’orologio a pendolo, anche se non aveva nulla a che vedere con il resto dell’arredamento della casa. Non lo avrebbe mai comprato in un negozio: non era il suo genere di oggetto. Non lo avrebbe mia scelto ad un’asta di antichità: non era il suo genere di stile. Nonostante ciò, era il pezzo della casa che amava di più, perché era l’unica cosa che lo riportava ai profumi, ai colori, ai suoni della sua infanzia.
Il suo tic tac era fisico, molto fisico, come tutti i ricordi che gli evocava.
Quel giorno Maurizio si sentiva un po’ annoiato. Seduto nella sua poltrona preferita, guardava dalla finestra ascoltando il tic tac del pendolo come si ascolta una sinfonia di Beethoven.

Quarant’anni da poco compiuti, una vita da molti considerata interessante e poi diciamolo… Un bell’uomo, affascinante, scrittore affermato, scapolo ma sempre in compagnia di donne bellissime. Non c’era veramente di che lamentarsi.
Ciononostante, quel quarantesimo compleanno da poco festeggiato in compagnia di amici un po’ snob e di champagne molto caro, gli aveva lasciato in bocca un gusto amaro. Come di un giro di boa. Come di un bisogno di assoluzione.
Da quel giorno di marzo, il 12 marzo, aveva spesso sbalzi di umore. Alternava momenti di malinconia profonda a momenti di euforia. Entrambi senza motivi particolari.

E questo stava avendo anche un risvolto poco positivo nel suo lavoro, o meglio sul suo ritmo di lavoro.
Il Maurizio che tutti conoscevano era un uomo molto organizzato e nel suo lavoro non era propriamente ciò che si definisce un artista sulle onde dell’imponderabile flusso della creazione. Lui lavorava in modo regolare, tutti i giorni ed anche con un orario assai ripetitivo. Capitava spesso che i suoi amici gli dicessero che, per avere i suoi orari, tanto valeva lavorare in un ufficio, ma Maurizio aveva sempre riso di questo apparente contrasto esistente nel territorio dei luoghi comuni tra l’artista per forza un po’ bohémien e l’impiegato di banca. Contrasto che nella sua anima trovava tranquillamente un superamento.
Del resto, ciò spiegava anche il fatto che Maurizio potesse conciliare la sua immagine di scrittore di un certo talento con quella di uomo d’affari che sapeva vendersi molto bene. Scrivere, creare, ma anche restare ben ancorati a questo mondo. Cosa che voleva dire avere buoni contatti e, soprattutto, buoni contratti con le case editrici.
Ciò che Maurizio stava pensando in quel preciso istante, era che si stava alzando il vento. In quel preciso istante, il campanello della porta suonò.

Non aspettava nessuno, ma non era nemmeno stupito di ricevere delle visite inattese. Capitava abbastanza spesso che qualche amico, o conoscente, o semplicemente il postino suonassero alla sua porta per fare due chiacchiere o, più semplicemente, per lasciare una raccomandata a qualcuno che, a causa del suo lavoro, si trovava sovente in casa durante la giornata.
Nessuna emozione dunque lo abitò nella breve camminata tra il salone e la porta.
- Chi è?
- Francesca.
Francesca chi? Un paio di sere prima aveva incontrato una Francesca al vernissage di un’orribile mostra di arte contemporanea nel XIX. Qualcosa era successo. Molto poco per la verità, ma è vero che lui le aveva lasciato il suo numero di telefono e, forse, anche il suo indirizzo.
Il problema non era comunque così grave. Automaticamente, schiacciò il pulsante di apertura automatica del portone. Automaticamente, aprì la porta. Automaticamente, anche se con una certa trepidazione che era nata repentinamente nel suo animo, attese l’arrivo dell’ascensore.
Il clac della porta dell’ascensore aveva la stessa fisicità del tic tac del suo pendolo. Una fisicità talmente materiale da permettere molteplici aperture nella dimensione spirituale.
Tlac. Rumore di tacchi. Si sarebbe detto di tacchi a spillo. Un profumo seducente, abbastanza forte. Indiscutibilmente un profumo scelto da una donna che intendeva amplificare il suo sentirsi femmina.
Francesca.

In un primo tempo, Maurizio restò stupito.
Non si trattava affatto della Francesca che aveva conosciuto qualche giorno prima. Anzi, non si trattava proprio di nessuna Francesca, o Laura, o Paola conosciute.
Francesca chi?
- Ma lei chi è, scusi?
- Sai benissimo chi sono.
- Veramente credo che si sbagli. Io non la conosco. Non l’ho mai vista.
- Io sono la tua fortuna.
- Non credo di capire.
- Tu, autore di successo, vincitore di prestigiosi premi letterari…, la gloria….., la fama…, per non parlare di tutti i soldi che ti fai su di me. Non mi riconosci? Sono Francesca.
Nella mente di Maurizio, solo stupore, confusione ed un certo disagio.
- Non mi fai entrare?
Come in un sogno, Maurizio fece un passo indietro e, con il gesto d’accoglienza dell’uomo beneducato, fece entrare Francesca e la fece accomodare nella profonda poltrona che aveva appena lasciato allo squillare del campanello. Agiva come un sonnambulo, ma lo faceva benissimo, da perfetto ospite!
Si sedette di fronte, silenzioso, sempre con quel temporale di pensieri che nella sua coscienza gareggiavano ad imporsi disordinatamente l’uno sull’altro.
Per un attimo, fu il silenzio.
In quel mentre,  Maurizio ebbe come un momento di risveglio, tornò alla realtà ed all’istinto del suo mestiere.
Questa Francesca, o pseudo Francesca, qualunque cosa essa sia….. sentiva l’istinto di indagare su di lei, di carpirne il segreto.
“Questo può servirmi a meraviglia per il mio prossimo libro”, pensò, “non si fantastica meglio che quando si è vissuta in prima persona la vicenda”.
Fissò un lungo momento quel broncio di fronte à sé.
“Le sta bene questo sguardo arrabbiato. Dio, quanto mi piace!” Pensò.
- A cosa devo il piacere della sua visita Signorina? cominciò, sorridendo candidamente.
- Nessun piacere e dammi del tu, per favore. Se no sembriamo una vecchia coppia di separati che fanno finta di non essersi mai conosciuti.
- Come vuole... voglio dire: come vuoi.
- Ma come sei gentile!! A vederti così sembri quasi una persona perbene. Educato. Di buone maniere. Immagino che non avrai problemi a sedurre tutte le donne che vuoi. Quante ne hai alla volta?
- Molte, moltissime : in Spagna, mille e tre.
- Non fare lo spiritoso.

Ed a questo punto un sorriso quasi diverito le si disegnò sulle labbra, cancellando in parte la sua aria imbronciata.
- Sei forse un uomo perbene, però senza memoria.
- Senti, questo giocco è durato un po’ troppo. Che cose ti dà il diritto di parlarmi in questo modo ? Non c’è legame fra di noi.
- Come ? Non c’è legame fra di noi ? Come puoi dire questo ?

Nuovamante il sorriso si trasformo’ in un’espressione di sfida.
- Ma forse hai ragione: non è un legame, ma una catena piuttosto. Come hai potuto dimenticare che sono la tua creazione ? Sono la fanciulla che hai concepito tu, un oggetto bello come l’hai immaginato.

 Maurizio  rimase stupito. Stava sognando ? Si chiedeva se fossero i primi sintomi del delirium tremens. « Certo, ho bevuto troppo ieri sera ». Tuttavia, gli sembrava di riconoscere quei tratti, quelli dell’ultimo personaggio femminile che aveva creato. Questa misteriosa donna era esattamente quella che aveva descritto nel secondo capitolo del suo ultimo giallo :  gli stessi occhi colore di mare agitato, gli stessi capelli biondi arricciati,   e anche le labbra carnose e rosate, la carnagione di porcellana. Non era possibile : era lei. Francesca.
Balbettò :
- Non capisco come puoi trovarti davanti a me in carne ed ossa.
- Avresti preferito che fossi rimasta nel libro come una bella bambola sullo scaffale ? 

Alzò la voce.
 - Voglio essere riconosciuta come un essere umano, finalmente !
- Scusa, ma non capisco dov’è il problema . Ti ho trattato bene, ti ho dato un bello spazio nel romanzo. Non ti ho fatto morire. Ti ho dato un bel viso, un corpo…E alla fine, non hai ottenuto tutto ciò che desideravi ?
- Bravo. Hai una bella immagine delle donne !
- Comunque, non capisco. Nel romanzo eri contenta…
- Contenta ! E di che ? Ero contenta per la tua comodità e quella del lettore. Ma non ne posso più di questa felicità di carta, senza alcuno spessore, senza alcuna verità. Merito qualcosa di più. Io stessa sono qualcosa di più di quello che pensi.
- Ma che dici ? Non ha senso. Non esisti. Sei solo come ti penso.
- Questo è quello che credi. Non mi frega niente se sia vero o falso, logico o assurdo. Ma io non voglio più tutto questo. Non voglio più essere la tua cosa. Voglio essere libera. Voglio esistere.
- Ascolta, mi sento un po’ stanco. Non capisco bene. Ne parliamo con calma. Vuoi qualcosa da bere ?
- Questo almeno non è una bugia : non capisci niente.

Si alzò  in fretta, attraversò il salone , facendo risuonare i tacchi sul parquet. Lanciò uno sguardo sull’orologio. Maurizio ebbe paura che lo facesse cadere. Invece uscì senza girarsi indietro. L’udì aprire la porta d’entrata. Gli gridò :
- Se fossi uno scrittore migliore, avresti più autorità sui tuoi personnaggi.

E sbattè la porta violentemente.
Maurizio chiuse gli occhi. Nel buio sentiva solo il tic tac rassicurante. Batteva allo stesso ritmo, con la stessa calma, come dieci minuti fa, come quarant’anni prima, e così fino alla sua morte. Era  la prova che niente era successo. Anche il fracasso del portone, che aveva appena sentito… poteva essere un vicino.
Eppure flottava ancora nell’aria la fragranza di un profumo femminile – un profumo a buon mercato, indiscreto, insitente :  proprio il suo stile, purtroppo. Tutto in lei esalava mancaza di gusto,  mancaza di tatto, fino al suo attegiamento di oggi. Fino a questa rivendicazione assurda di esistere. Se esistere, per una donna, significava rompere le palle del prossimo, esisteva già abbastanza.
Macché, sono in pieno delirio, si disse. Percorse lo scaffale con lo sguardo e trovò il libro. « Il cannibale dei magazzini frigoriferi ». Doveva ammettere che l’aveva scritto un po’in fretta, ma anche questa era la legge del genere . Nella scrittura del giallo si deve sentire un’urgenza che è quella propria della vita davanti alla morte. Ciò non lo rende meno profondo, anzi. Quella era una variazione sulla vecchia cronaca del cannibale giapponese.  Ammazzava giovani donne e ne faceva tempura. La polizia aveva trovato i resti delle vittime  nel frigo. Maurizio aveva dato alla vicenda un’ampiezza esistenziale e, per così dire, industriale. Il giapponese era diventato un impiegato dei magazzini frigoriferi del tredicesimo.  Trucidava mucchi di fanciulle. Lo svillupo era la materia di una meditazione sul desidero e sul suo potere distruttore.
Aprì il libro a caso. Francesca era qui, al suo posto, bella, bionda, carnosa. Era una commessa di scarpe che aveva incontrato il commissario Pistone, dallo sguardo tenebroso. Era diventata la sua ragazza e l’aveva usata come esca per afferrare il cannibale. Non era chiaro se Francesca fosse pienamente consapevole del suo ruolo. Ma comunque  era un personnaggio chiave . Aveva dato un aiuto cruciale alla polizia e salvato decine di vite umane. E lui non la stimava abbastanza ?
Comunque non poteva essere fuori, se era ancora qui. Rilesse tutti i capitoli in cui Francesca entrava, come per afferarla e rinchiuderla nel posto che le competeva: nel libro. Ma nello stesso tempo sentiva qualcosa di falso dietro tutte le sue apparizioni. Come se ci fosse un vuoto dentro le lettere di cui era fatta, come se  fossero anche loro un’esca, come se avesse scavato un tunnel sotto per scappare.
Si sentì preso da un’angoscia senza fondo.  Aveva bisogno di aria fresca. Infilò una giacca in fretta e uscì dall’appartamento. Non prese l’ascensore. Si ricordò che l’aveva usato lei ,oddio.
Nella strada si mise a correre. Non sapeva se fosse per raggiungerla o per fuggirla.  Nei due casi era assurdo, ma corse lo stesso. Ci mancò poco che urtasse una vecchia donna appoggiata ad una canna. All’incrocio attraversò senza guardare, udì il colpo di freno e la voce rauca dell’autista che l’insultava. Continuò fino ai grandi boulevards.
Era impossibile andare più avanti. Sconfitto e, non volendo rincasare, entrò in un caffè ed ordinò una birra.
Avvicinò la schiuma giallastra alle labbra, con un misto di disgusto e di desiderio. Era il solo cliente, o così gli era sembrato all’inizio perché, dopo qualche momento, si accorse di un uomo coi gomiti sul bancone, proprio accanto a sé. Era così grigio che non l’aveva notato. Beveva una menta, stringendo le labbra sulla cannuccia con un’aria di attesa vuota. E’ sempre un piacere scoprire qualcuno più perso ancora di se stesso. Il silenzio diventò pesante, ebbe voglia di parlare.
- Una pausa dopo una brutta giornata, ne abbiamo bisogno, vero ?
- Sì
- Ha avuto una brutta giornata anche lei ?
- Non le dico. Non esisto.
- Mannagia, che guaio. Ma le rassicuro. Non si vede molto.
- Quello è ovvio. A dire il vero, non capisco come fa per vedermi, ancor più per parlarmi.
-Beh, non è molto difficile. La immagino. Faccio le domande e le risposte.
-Vedo. Insomma, niente di complicato. Comincio a capire.
-A capire che cosa ?
- Lei è uno scrittore…
- Si spieghi meglio. Che cosa comincia a capire?
-Tutto quel pasticcio. Perché sono qui adesso, all’ora del telegiornale, in questo luogo buio e vuoto a scambiare parole assurde con uno sconosciuto. Ma non voglio annoiarla con i miei problemi.
-Non mi annoia per niente. Ho bisogno di una pausa anch’io. Allora : che cosa è successo ?
-Sono stato buttato nella pattumiera.
-Davvero?
-Non la prendo in giro. A dirle la verità, ho perso il mio posto, sono disoccupato.
-Porca miseria. Oggi sono spietati. Che lavoro faceva ?
- Avevo un posto in un romanzo che doveva essere stampato l’anno prossimo. Era molto piacevole. Non ero il protagonista ma avevo un posto abbastanza conveniente. Ma ad un tratto, quello stronzo d’autore ha smesso tutto.
- Ma che dice ? Stronzo ? Gli autori sono liberi e prima di tutto creatori.
- Sì, forse, ma io adesso che faccio ? Lo immagina? Si è stancato di me. Mi sento abbandonato. Sono solo un’ombra.
- Non volevo dirglielo, ma è vero che è un po’ pallido.
- Per forza, sono incompiuto. Non so neanche se ho delle unghie ai piedi. E tuttavia voglio vivere come tutti voi. Non si fa di buttare uno in questo modo.
- Ma ci tiene tanto ad esistere ? Lei è sicuro che valga la pena vivere ? Respirare i gas di scappamento, svegliarsi all’alba, sopportare la morte delle persone care, senza contare infinite altre amenità come non avere ciò che si  desidera, andare dal dentista…
- Be’, mi scusi se la interrompo ma... Non so... Io vorrei proprio esistere. Almeno potrei tornare a casa. Mangiare maccheroni. Guardare il calcio. E poi tutte le cose che mi dice, non le capisco perché non le conosco. E’ come dire « rosso » ad un cieco. Se bisogna soffrire per vivere, allora mi piacerebbe soffrire.
- Ha detto giusto. Lei è proprio cieco. Ma se potessi fare qualcosa per aiutarla, lo farei volentieri. Dato che anch’io sono scrittore… forse, se le va, posso inventarle un seguito. Ma almeno mi dica qualcosa di lei. Qualsiasi cosa, anche piccolissima.
- Sono innamorato.
- Ma dai… Questo è un buon inizio.
In quel preciso istante, la vibrazione isterica proveniente dall’interno della sua tasca lo avvisò che il cellulare stava squillando. Qualcuno lo stava chiamando, qualcuno di reale stava cercando di mettersi in contatto con lui, forse per salvarlo da questo incubo vertiginoso in cui era precipitato.
Si scusò con l’Innamorato ed uscì dal caffè per poter parlare con più libertà.
- Pronto
- Buongiorno. Vorrei parlare con Maurizio, per favore.
- Sono io. Con chi parlo?
- Non è importante il mio nome, ho qualcosa da dirle a proposito della sua amica Francesca.
- Ancora questa storia di Francesca!! Non se ne può più!!
- Senta, io non voglio immischiarmi in faccende private che non mi riguardano, ma si tratta di una cosa molto importante, non so nemmeno se lei sia ancora viva. Mi è capitato di leggere su un forum in internet un messaggio scritto da una Francesca che ha lasciato, tra l’altro, il numero di cellulare sul quale sto chiamando.
- Allora…
- Francesca dice che vuole buttarsi dalla tour Saint Jacques. Io non ci ho capito niente, ma suppongo perché lei, caro signore, l’ha lasciata. Francesca dice che lei è stato molto sgradevole nei suoi confronti. Penso che dovrebbe affrettarsi a cercarla, e forse anche chiamare la polizia ed il pronto soccorso.
- O mio Dio…
- Devo aggiungere ancora una cosa.
- Dica pure, tanto ormai sono pronto a tutto.
- Francesca ha anche scritto che lei è uno stronzo di autore. Non so cosa volesse dire.
- Non importa, lasci stare.
Maurizio riagganciò, o forse fu l’altro a chiudere la conversazione. La cosa certa era che nulla sembrava più andare secondo il ritmo noioso ma rassicurante di quel quotidiano che solitamente si definisce “la realtà”.
Che fare? Come invaso da una sorta di commozione, Maurizio rientrò nel caffè.
L’Innamorato era ancora lì seduto, molto preoccupato per la sua  propria esistenza ed animato dalla speranza che Maurizio potesse aiutarlo. Ma Maurizio gli disse l’ultima cosa che si sarebbe aspettato di udire.
- La prego, Innamorato, mi sta succedendo una cosa molto strana e mi serve il suo aiuto. Ho ricevuto una telefonata anonima. Forse Francesca...  ehm, un personaggio che... un’amica... insomma una donna è in pericolo. Può aiutarmi a cercarla?
Mentre pronunciava queste parole, Maurizio fu colto da un momento di lucidità e si chiese come Francesca potesse suicidarsi se non esisteva. Ma in quel preciso istante l’Innamorato gli rispose:
- L’aiuto volentieri.
Dopo aver rapidamente raccontato all’Innamorato l’inquietante incontro che aveva avuto un paio di ore prima con Francesca e la misteriosa telefonata appena ricevuta, Maurizio propose di cercare un taxi. Dove potessero dirigersi per cercare un personaggio in collera con il suo autore e deciso a suicidarsi non era molto chiaro. Ma una cosa era certa: l’unica indicazione concreta che avevano a disposizione era questa idea bizzarra della tour saint Jacques. Quello poteva essere un punto di partenza per una tale, folle, ricerca.
Un taxi passò, ed un secondo, ed un terzo, ma tutti erano già occupati. Finalmente un altro taxi, e questo sembrava libero. E’ vero che ci voleva un po’ di ottimismo per chiamarlo taxi. A parte la scritta “taxi parisien”, la vettura era un vecchio modello di renault che aveva sicuramento avuto momenti migliori. Impolverato, segnato sulla carrozzeria da numerosi graffi e piccoli bolli, era condotto da un signore piuttosto buffo. Al primo cenno di Maurizio, il vecchio renault si fermo’ prontamente. Maurizio e l’Innominato salirono.
- Andiamo alla Tour Saint Jacques.
- Bene.
Il tragitto per raggiungere la torre non era tanto lungo, ma a Maurizio sembrò il viaggio più lungo che avesse fatto nella sua vita. Nella sua mente infinite immagini ebbero il tempo di prendere forma e di affastellarsi l’una sull’altra, con un urgenza quasi spasmodica.
E poi… quanti pensieri… riflessioni… Ammesso che Francesca potesse davvero esistere al di fuori del suo romanzo, che cosa stava veramente cercando? Che cosa voleva veramente? Il personaggio che lui aveva creato era interessante, aveva un ruolo cruciale nell’azione. Sì, d’accordo, anche lei era imprigionata in alcuni stereotipi. Quelli della donna bella e seducente, un po’ “bambola film americano”. Ma in fondo non è questo il destino anche di tutti gli esseri viventi? Chi può dirsi veramente libero dai ruoli che gli altri vogliono che noi interpretiamo?
E poi questa storia del destino…. E’ vero che lui, come autore, aveva preso il posto di un dio ed aveva scritto il destino di innumerevoli personaggi. Ma siamo sicuri che anche gli autori, e con loro tutti gli esseri umani, non siano soggetti ad una sorta di romanzo già scritto?
Insomma, il breve tragitto di taxi fu per Maurizio l’occasione per un vero e proprio compendio delle domande cruciali a cui l’umanità, a dispetto di tutto lo sbandierato fenomeno denominato “progresso”, non ha mai trovato risposta.
Sentirsi liberi di scrivere il proprio destino…. Quale vertigine!
Forse era questo che stava cercando Francesca.
Improvvisamente si rese conto che la Tour Sant Jacques era davanti a loro.
Tutto intorno c’erano capannelli di persone e poi ambulanze ed anche un’auto della polizia.
Maurizio fu preso da una sorta di terrore. “Possibile che Francesca si sia veramente gettata nel vuoto?”  Scese precipitosamente dal taxi chiedendo al taxista di aspettarlo. Forse avrebbe ancora avuto bisogno di lui.
Scelse la prima persona che gli capitò a tiro e gli chiese:
- Cosa è successo?
Si trattava di una donna piuttosto anziana con uno sguardo perplesso, molto perplesso.
- Guardi, io sono vecchia ed ho visto molte cose, ma mai, dico mai, qualcosa di simile.
- E dunque, cosa è successo.
- Pare che una donna si sia buttata dalla torre
- Cosa vuol dire “pare”? E dove si trova ora? L’hanno portata in ospedale? E’ viva? E’ morta?
- Per essere viva è viva. L’ho vista io con questi occhi mentre se ne andava, leggermente ferita, ma viva. Ho detto “pare” perché nessuno l’ha veramente vista precipitare. A me è sembrato di vedere piuttosto un’ombra, un’ombra trasparente. Ma quando me la sono trovata vicino, posso dire che era veramente in carne ed ossa. Non so che dirle. O meglio sì. Penso che ora andrò a bere qualcosa di forte. Ne ho bisogno..
Maurizio ora si sentiva veramente sull’orlo di una crisi di nervi. Tornò al taxi, salì e vi trovò, come in un quadro rimasto appeso al muro, l’autista che lo stava aspettando e l’Innamorato.
I due lessero sul suo volto la confusione che lo stava possedendo e non seppero quale domanda rivolgergli.
Fu lui ad esplodere ed a raccontare gli eventi salienti di questa sua giornata fino al dialogo appena avuto con la donna.
A quel punto fu il taxista ad intervenire.
- Scusi, ma dove vuole che sia andata a questo punto la sua Francesca? Sarà andata a casa.
- Ma quale casa? Dove abita un personaggio?
- Ma nella casa che l’autore gli ha assegnato. L’unico luogo che può riconoscere come il suo indirizzo.
- Dobbiamo raggiungere il XVI. Forse Francesca si trova proprio lì, dove abitava nel romanzo.
- Andiamoci allora.
- Propongo di darci del tu. Dopotutto, stiamo condividendo un’esperienza non comune… Io mi chiamo Maurizio.
L’Innamorato abbassò gli occhi. Quale poteva essere il suo nome?
- Io mi chiamo Mario. Rispose il taxista.
Nel tragitto il silenzio regnò. Nessuna parola poteva esprimere i pensieri che i tre contenevano nella loro mente.
All’indirizzo indicato da Maurizio, Mario fermò il taxi. Francesca era lì, vicino alla porta del palazzo dove il suo autore l’aveva immaginata nella sua vita di personaggio.
Maurizio, come ipnotizzato, scese dal taxi e balbettò qualcosa. 
- Ebbene eccoci di nuovo qui, uno di fronte all’altro. Disse Francesca con una voce leggermente diversa da quella che aveva avuto prima nel suo appartamento.
- Penso che ora dovrò darti una delusione. Continuò con un tono pacato.
- Una… delusione… Che cosa intendi dire?
- Che non ti appartengo più. Che quel personaggio che hai creato ha subito una metamorfosi che tu non avevi previsto. Quel personaggio è sfuggito alle maglie del tuo controllo. Con me, tu avevi creato una specie di burattino che ti affascinava, come una bambola che forse riassumeva tutti i tuoi luoghi comuni sulle donne.
- Che cosa sta succedendo, Francesca? Io non capisco più nulla e, per la prima volta nella mia vita, ho l’impressione di non aver mai capito nulla, in fondo.
- Non ti preoccupare troppo, Maurizio. In fondo questo è il destino di tutti. Che cosa capiamo della vita?
- Ma tu ora parli come un essere umano. Voglio dire… tu ora che cosa sei?
- Vedi, io oggi volevo veramente porre fine a questa mia esistenza di carta, a questo restare imprigionata in un carcere. Quel carcere di destino che tu avevi pensato per me.
- Va be’, d’accordo. Ora lasciamo perdere questo continuo sottolineare le mie responsabilità. Ne ho abbastanza.
- Hai ragione. Diciamo che oggi avevo deciso di terminare questo mio destino già scritto e mi sono buttata dalla torre. Però là, cadendo, ho sentito il mio sangue che cominciava a scorrere veramente nelle mie vene. E’ strano, il personaggio Francesca è come morto in questo gesto ed in questo modo io sono nata come donna. E sai una cosa? La cosa che ho pensato in quel momento sei stato tu. A quel fragile “uomo di pietra” che sei. Autore. Creatore. Ma in fondo prigioniero, anche tu, del personaggio che sei diventato. Eh, don Giovanni? Quanta tristezza in questo convitato di pietra!
- Mah.. in fondo sono contento. Non tutti gli autori hanno saputo creare dei personaggi di carattere come te. In fondo hai ragione… Tutti gli esseri umani diventano un po’ personaggi, ma sono pochi i personaggi che riescono ad operare la metamorfosi contraria.
A quel punto Maurizio, come risvegliatosi da un sogno, si ricordò che un taxi lo stava aspettando e decise di congedare Mario.
Tornò indietro e domandò quale fosse il prezzo da pagare per la corsa.
Però Mario non rispose, non lo sentiva nemmeno. I suoi occhi rimasero spalancati, rimase a bocca aperta : davanti al portone si trovava Francesca e lui, come ipnotizzato,  non poteva staccare il suo sguardo da lei.
Non riusciva a crederlo : si era materializzata la copia conforme della protagonista che era apparsa nel secondo capitolo del giallo che stava leggendo.
Ebbene quella donna bella, bionda, sensuale, improvvisamente diresse i suoi passi verso la macchina.
- Quanto ti devo ? Mi potresti dire quanto ti devo ? Proseguì la voce, una specie di zanzara dietro di lui che Mario avrebbe fatto volentieri tacere.
Maurizio era nervoso. Mario, impietrito.
Intanto Francesca si avvicinava, come in un rallenty cinematografico.
Il suo sguardo e quello di Mario si incrociarono. Appena una frazione di secondo e questo piccolo uomo, grassottello, con i suoi occhi dolci di cocker le aveva fatto intenerire il cuore.
Nessuno aveva mai posato su di lei quello sguardo così colmo di tenerezza.
Francesca rimase come fulminata. All'improvviso si rese conto che sul sedile anteriore, vicino a Mario, si trovava un libro formato tascabile : un giallo – però quale giallo ! Quello in cui,  a partire dal secondo capitolo, lei si era trovata imprigionata, per colpa di Maurizio, nel suo ruolo di bambola di lusso.
Maurizio  senza muoversi, assistette alla scena.
In un istante ebbe uno sprazzo di lucidità che gli fece intravvedere la conclusione felice che avrebbe potuto prendere questa storia pazzesca.
Vide Francesca avere veramente la possibilità di trasformarsi al di là del destino che lui, come un dio capriccioso le aveva attribuito.
Si inclinò verso il sedile, afferrò la sua opera e si incamminò verso la Senna con passo tranquillo, il passo di qualcuno che va a fare una passeggiata dopo un giornata di lavoro.
La Senna era lì, a pochi passi da lui. Ora Maurizio si sentiva tranquillo, forse non felice – e quando mai lo era stato in fondo? - ma sereno.
Il libro volò sopra il ponte.
Volò nell'aria per finire, lentamente, molto lentamente, nelle acque che scorrevano. Che scorrevano.
Dietro di sé sentì il rumore del motore del taxi che era partito e che gli si avvicinava. A bordo c’erano Francesca e Mario. Quale potrà essere il loro destino? Nessuno poteva saperlo, ma certo ora la questione non riguardava più Maurizio.
La macchina lentamente ma risolutamente  passò davanti a Maurizio. E poi si allontanò, con la stessa lentezza con cui il libro era caduto nel fiume.
Non c'era niente da pagare per la corsa.
- Si direbbe quasi il finale di un film americano…
La voce dietro di lui lo fece sobbalzare.
Era l’Innamorato che, nel frattempo, era sceso dal taxi e che lo guardava sempre con quegli occhi che chiedevano aiuto.
- Andiamo. Gli disse Maurizio.
- Dove? Gli domandò l’Innamorato
- Da me. Abbiamo una storia da scrivere, mi sembra.
L’Innamorato non rispose. Ed allora Maurizio riprese.
- La storia di un uomo innamorato che, una sera d’inverno, torna a casa a prepararsi un buon piatto caldo di maccheroni e che si guarda con gusto la partita. Dopotutto, si vive per questo no?

FINE